Bővebb ismertető
Teatro del silenzio e della luce
Si rischia forse un filo di retorica, ma la prima "lettura" dei mosaici di Ravenna deve nascere dal paesaggio: dai pini, esattamente, dalla pinera che circondava la citta e accom-pagnava un lungo tratto di mare. Oggi non piíi, certo; oggi che il posto dei pini e stato preso dalle ciminiere e nel vento non si span-de piu l'odore deUa resina ma quelJo dell'in-dustria chimica, che lascia in cielo fiocchi di fumo stranamente bianco e alimenta fiam-melle lingueggianti sopra sottilissimi pennoni. «¦Glauca notte rutilante d'oroy, cantava D'Annunzio in Elettra. Altro che oro! La notte dietro le fiammelle se fatta terribil-mente nera. Come ricordarsi dei mosaici?
Eppure chi ha visto la vera pineta, chi ri-corda quella di San Vitale, che non e piu, e Faltra di Classe, il Chiassi di un tempo e di Dante — «la divina foresta spessa e viva» [Purgatorio, canto XXVIII) —, sa che la tra-sparenza delle chiome dei pini, il verde mari-no che scende attutito dallo sfarfallio degli aghi, le lame di luce in diagonale, i candelieri snelli e possenti dei tronchi, la loro graffita squamosita, e le macchie scure delle pigne: t^itto questo concerto di colori e di forhne nette e sfumate, concrete e irreali rimanda aile forme e ai colori, aU'atmosfera e al briUio dei mosaici. Dante nel paradiso terrestre, come sempre preciso nel cogliere gli elementi deUa natura — il pigolio degli uccelli, la direzione e l'entita della brezza —, qualcosa ha messo di quella atmosfera e la trasparenza dell'aria, la sinfonia del verde, i fiori disseminati come su un tappeto, e gli ucceUi, sono gli stessi del verde catino di S. Apollinare in Classe e di tant'altro verde penneüato a tessere preziose in S. Vitale, in S. Apollinare Nuovo, nel Mausoleo di Galla Placidia e nella Cappella di S. Andrea.
Un filo di retorica. Eppure i mosaici di Ravenna, e la citta stessa, non sarebbero quello che sono — o non sarebbero stati queUo che sono stati per tanti grandi poeti, da Dante a Boccaccio, da Byron a Eliot, da Pasolini a Zanzotto, da Wilde a Móntale — senza questa corona di verde, questa fascia-tura isolante e trasparente, che fu trincea e prigione, sbarramento di difesa e argine d'or-goglio. I mosaici sono nati dalla dignita di una capitale e questa e nata da un'assoluta distin-zione geografica: Ravenna era laguna dentro la pineta mediterránea, una costellazione di isolotti uniti da barene fácilmente spezzabiU a difesa, ed era immersa tra gli alberi; in piu, era affacciata sul mare, questo Adriático bizzarro, che da aUora comincio ad abbandonare la terra e oggi poco a poco se la rimangia. Classe, a due miglia dalle mura, era il maggior porto, sede della flotta messa a presidio del Mediterráneo orientale. L'Oriente, Costantinopoli erano a portata di mano, e I'avrebbe vagheg-giato una citta che aUora appena nasceva, Venezia. Nessuna meraviglia se un imperato-re impaurito e stanco, seduto su un trono vacillante e scosso dai barbari, Onorio, da Milano andava a cercare riparo proprio a Ravenna, conferendole quella dignita di capitale — dignita politica di contro a quella religiosa che il seggio di Pietro difendeva enérgicamente in Roma — che la capitale dell'impero sembrava avere definitivamente perduto.
I mosaici di Ravenna sono la patina luminosa della capitale, cosl come la pineta lagu-nare ne e stata fondamento naturale. Le citta vivono non soltanto come frutto deU'uomo, e cosi la loro arte, anche se viene di lontano. Ravenna e capitale barbarica, Odoacre e Teodorico ne imprimono il sigiUo, e ancora oggi il celebre mausoleo sta come il mono-