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Il cuore del cuore di Parigi il cielo di Notre-Dame la campana di Notre-Dame I'ora di Notre-Dame (Aldo Palazzeschi)Nel gennaio del 1977, sotto il piccone degli operai che eseguivano normaU lavori di ma-nutenzione per conto della Banca francese per il Commercio estero, nella corte deU'Hő-tel Moreau in Rue de la Chassée d'Antin af-fiorarono una serie di frammenti di sculture, teste mutilate e sbrecciate, potenti torsi deca-pitati, lacerti di figure ancora palpitanti di vita. Era un ritrovamento eccezionale, l'ultimo capitolo, in ordine di tempo, deUa quasi miHenaria storia di Notre-Dame de Paris; quelle pietre, infatti, erano, insperatamente, i resti deUe moite statue della facciata della cattedrale che erano state abbattute, rimosse e sfregiate dalla furia iconoclasta deUa Rivolu-zione del 1789; e tra di esse, le teste di ven-tuno deUe ventotto figure dei Re che occupa-vano le nicchie allineate nella gallería posta al di sopra dei tre grandi portaU.Le statue, ora sistemare al Museo di Cluny, furono ordinate in una mostra ("Il ritorno dei Re") che fu portata anche a Firenze, ove potei vederla. In quell'anno (1980) Firenze ospita-va le otto grandi mostré dedicate ai Medid, alle quah, cosí intimamente legate alla storia e all'arte dcUa citta, era riservato l'interesse principale degU ospiti e dei fiorentini. E tut-tavia l'emozione che suscitavano quelle teste regali, devastate e mutile, era di una qualita piu profonda, irresistibile e grandiosa. Nelle esposizioni medicee trovavamo lo splendore della nascente civilta moderna, i fasti e i ne-fasti di una societa mondana non piu sorretta da una forte unita di valorí etici e culturali, gia venata daUa dispersione, frammentazione edecadenza che sentivamo anticipatrice deUa nostra. Nei volti dei Re (che una regia un po' romantica faceva come scaturire dal buio, ü-luminati dalla luce violenta e circoscritta dei fari che ne mettevano in evidenza la maesta e le ferite) c'era qualche cosa di incorrotto, di remoto e assoluto che risvegliava nella nostra coscienza il senso di valori perduti; e ciő dava all'animo, al tempo stesso, esaltazione e sgo-mento, orgoglio e rimorso, quasi per una remota e dolorosa fraternita. Da quel Medioevo severo e guerresco la Cristianita ci parlava ancora con linguaggio biblico. Se e vero, come vogliono i pessimisti, che nei duemila anni seguiti a Gesu Cristo non e mai fiorita una civilta cristiana, ció e vero in quanto aUa societa, non e vero in quanto aU'arte. Il secolo da cui ci provengono queUe statue fu un secolo iniquo e crudele, neUe mostruose disu-guagUanze sociaU e neUe sanguinarie avidita di conquista. E tuttavia fiorl in esso un'arte che, nel segno supremo e carnale deUa fede, esprime una ineguagUata armonía, una unita spirituale inconsutUe come la veste di Cristo, quale, in Occidente, non si era mai vista dai tempi di Atene e non si e mai piu vista in seguito. Si puó anche aggiungere questo; che probabilmente proprio neU'opera degli ano-nimi imagiers che nel XII e XIII secolo lavo-ravano accanto ai geniaU costruttori e capi-mastri deUe cattedraK d'Europa noi troviamo U punto di maggiore prossimita tra l'ispira-zione biblica e l'umana maesta deUa Grecia. E un'arte che basta a se stessa; ha in sé la realta e il símbolo, Vhic et nunc e la dedicazione aU'e-terno, il tempo e il destino.I Re aUineati suUa facciata di Notre-Dame non erano, come credevano i rivoluzionari, i re di Francia; rappresentavano invece i ven-