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INTRODUZIONE
L'atto di nascita della Pinacoteca della Accademia Carrara si puö collocare intorno al 1780, quando il conte Giacomo Carrara — compiuti i lavori di riordino dell'antico edificio della trattoria « La Campana », in via della Noca — apri agli studiosi la sua raccolta pri-vata, formata in un trentennio di appassionate ricerche a Bergamo e in tutta Italia. Solo piu tardi, comunque, l'istituzione prese una fisionomía stabile, in connessione con il nuovo progetto del Carrara di creare una Scuola di Pittura che, gia annunciata nel 1782, prese a funzionare solo nel 1793: e in questa bipolarita di interessi e di intervento — di documen-tazione e di didattica — e tutta la personalita del nobile bergamasco, da un lato erudito conoscitore di storia patria e fine « amateur » di gusto cosmopolita, dall'altro illuminista convinto di potere — con una scuola che sostituisse le ormai esaurite botteghe artigia-ne — assicurare la continuita della grande tradizione pittorica bergamasca.
Giacomo Carrara mori nel 1796, lasciando — con testamento del 24 Settembre 1795 — erede universale di tutti i suoi beni « la Galleria, colla Scola del Disegno », affidate ad una Commissaria di 5 membri vitalizi — primo Presidente fu la vedova del Carrara, Anna María Passi — succedentisi per cooptazione: tale Commissaria resse l'Accademia fino al 1958, quando Formai ínsopportabíle peso finanziarío consigliö l'immissione del Comune di Bergamo nella titolarieta del complesso. Per quasi due secoli, dunque, e per volonta dello stesso fondatore, l'Accademia fu organismo di servizio pubblico ma a gestione privatística, risul-tando il polo di confluenza delle migliori tradizioni di civismo privato bergamasco.
I primi anni di gestione della Commissaria fecero registrare due notevoli successi: l'ac-quisto — in cambio di un vitalizio — della importante raccolta veneziana di Salvatore Or-setti (1804), e la costruzione del nuovo edificio, rigorosamente neoclassico, progettato da Simone Elia (1810), in cui trovarono sede piu adeguata sia la Pinacoteca — ormai forte di quasi 2.500 opere — sia la Scuola di Pittura, retta da Giuseppe Diotti e avviata a sicuro prestigio per l'alunnato di artisti come il Piccio e Giacomo Trecourt. Piu discutibile fu la decisione, immediatamente successiva, di sfoltire il patrimonio della Galleria, con la vendita all'asta (1835) di oltre 2.000 dipinti: l'operazione, voluta principalmente dal Presidente conte Guglielmo Lochis, diede frutti finanziarii obbiettivamente miseri, e portó al depauperamento delle due raccolte iniziali — ridotte la Carrara a soli 407 numeri, e la Orsetti a 54 — e soprattutto alia gravissima dispersione del patrimonio sei/settecentesco, in omaggio all'odio neoclassico per il Barocco e il Rococó. E indubbiamente un'ombra nella vita dell'Accademia, anche se non andra sopravvalutato il valore reale dei dipinti alienati — incontrollabile sulla base degli Inventar! — e se occorrera teuere nel dovuto conto le buone ragioni, di spazio disponibile e di equilibrio espositivo, che consigliarono la scelta.