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Cosa hg ffatto cosa resta da fare
una prefazione di Giorgio Gall!
La valutazione del ruolo di Enrico Berlinguer puö partiré da una distinzione: fra ció che un segretario del Pci non puó fare e ció che puö fare. Nel corso della sua segreteria egli non poteva modificare le diffidenze della maggioranza dell'elettorato e le decise resi-stenze di gruppi sociali conservatori per la presenza comunista al governo. Egli ha ritenuto di poterlo fare con le formule del compro-messo storico e deH'austeritá e non vi é riuscito. Questa situazione non é propria del caso italiano e non dipende dalla «conventio ad excludendum» che penalizza da noi il Pci. Dipende da una situazione di fondo delle democrazie rappresentative, nelle quali circa metá della pubblica opinione é moderata e dove i gruppi conservatori non gradiscono i progressisti al governo. É la difficoltá che hanno dovuto superare progressisti non comunisti: laburisti inglesi, socialisti fran-cesi e tedeschi, persino i democratici negli Stati Uniti. Questi partiti andarono al governo sulla base del consenso di circa metá dell'elettorato e con la resistenza di gruppi conservatori molto potenti, che li accusavano di voler aboliré la proprietá privata se non di essere al servizio di Mosca.
Berlinguer non ha tenuto conto di questa realtá per gran parte della sua gestione della segreteria in conseguenza di una errata valutazione di fondo di quello che é una democrazia rappresentativa. Un limite culturale, a me sembra. Ha ereditato la tradizione togliattiana di unitarismo nazional-popolare - ben diverso dai temporanei gover-ni di coalizione che anche le democrazie rappresentative adottano in momenti eccezionali - e ne ha fatto la base teórica della sua stratégia almeno sino alia fine del 1980, quando cominció a parlare di «alternativa democrática»: senza peraltro convincere estesi settori di opinione e molti intellettuali che dietro questa formula non mantenesse
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