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All'uscita delle dattilografe, allorché il rumo-re delle macchine per scrivere, delle porte sbat-tute, del telefono, si arrestava come un getto di acqua bruscamente interrotto, mi ritrovavo sola col silenzio. Nel suo uflFicio, mio padre rivedeva i conti, riesaminava i cataloghi della sua casa di tessuti, fissava gl'lncontri di domani, consul-tava l'andamento della Borsa. Poi, ancora qual-che rumore, I'ultimo, arrivava sino al terzo piano, dove morivo di noia nella mia stanzetta sotto il tetto: lo sbattere delle persiane che Andrea, il ragazzo mezzo scemo dell'ufFicio, richiu-deva violentemente, e infme il colpo della porta che si tirava dietro.
Era soprattutto in quei momenti, che avrei voluto non essere sola, e desideravo la compa-gnia di qualcuno che s'intéressasse a me, ma chi? Mio padre era troppo occupato per potermi dedicare qualche minuto, almeno. Tutta la com-prensione di cui era capace si esauriva, una volta la settimana, nel puntuale esame dei miei compiti, e in un distratto: « Potresti far meglio, Elena », quando li trova va piu che mediocri. Nemmeno mi era permesso starmene in cucina. Un giorno che mi ci aveva trovata, mio padre aveva dichiarato, una volta per tutte, che alla mia eta si smette di frequentare la servitu. Ep-pure mi sarebbe piaciuto infinitamente starci, vicino alla cuoca, Giulia, e aile dattilografei, le quali tenevano misteriosi conciliaboli, immediatamente troncati al mio apparire. Mi attira va quel caldo stanzone, col suo odor di caffe, le cas-seruole, le tendine blanche e blu. Ma Giulia, /''w
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