Bővebb ismertető
II beato propagandista del Paradiso
Uno dei suoi segni particolari e di avere tre distinti nomi. II primo (suo nome anagrafico) e Guido di Pie-tro : inteso, in confidenza, Guidolino (forse perché, almeno da ragazzetto, cresceva fragile, e di statura piccola? per motivi simili uno dei suoi Padri, il domeni-cano Pierozzi Antonio, e diventato Antonino, e poi san-t'Antonino).
II secondo nome, Giovanni da Fiesole, fu assunto da lui neU'atto della sua vocazione religiosa : probabil-mente per l'intenzione consapevole di onorare un altro dei suoi Padri, il domenicano Giovanni Dominici ; ma forse anche per un'altra scelta inconsapevole e neces-saria, come poi si vedra.
Questi due nomi appartengono alia sua storia ; ma il terzo. Beato Angélico, glielo ha dato, da vivo e da morto, la sua leggenda popolare. E non per niente e toccato proprio a quest'ultimo di restare il suo nome piu consueto, familiare a tutto il mondo.
La leggenda del Beato Angélico, prima ancora che pittore, lo vuole santo; e i critici moderni, attenti a sistemarlo obiettivamente nella Storia, lavorano a ri-muovere da lui certi ingombri leggendari. Ma io, come il popolo, non so adattarmi a una simile operazione : anche se proprio in quell'aureola sopraterrestre devo riconoscere il primo acido che ha prodotto certi miei pregiudizi scostanti sul conto del Beato.
In realta, nella pittura, i miei santi portavano altri nomi : per esempio Masaccio, Rembrandt, Van Gogh. Difatti, i santi dell'arte mi si fanno riconoscere perché portano nel corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per avere sconta-to in se stessi, fino alia consumazione, la strage comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute; ma costui, invece, il Beato, si direbbe nato giá col suo corpo luminoso.
Agli artisti, come ai santi, noi chiediamo la difficile carita di rispondere alie nostre domande piu disperate e confuse; pero solo alcuni fra loro sembrano promet-
terci una risposta, come parenti nostri che, di la dai confini e dalle date, ci parlino nella nostra stessa lingua materna. Altri ci scansano, trattandoci da stranie-ri : e uno di costoro, per me (fino dalle prime mié do-mande acerbe), e stato il pittore Angélico. Tanto che oggi, da questo punto presente in cui mi trovo, tornare nei ritiri dove lui beato vive, mi pare quasi un viaggio di fantascienza.
La povera mia (nostra) lingua materna e cresciuta nella fabbrica deformante delle citta degradate, fra le lotte evasive dei meccanismi schiavistici, e le ripugnan-ti, continue tentazioni della bruttezza. Ricevendo per dottrina imposta - come canoni di fede ecumenica -le tetre Scritture del Progresso tecnologico, i Messag-gi ossessivi della Merce, e le spettrali Amiunciazioni della Gerusalemme industríale, s'e ritratta a cercare le proprie immagini di salute nell'esclusione da qualsiasi chiesa. E forzata, fino dall'infanzia, a frequentare i gerghi obbligatorii dell'irrealtá collettiva, s'e ridotta a riinventare un proprio lessico, scavandolo, magari, da qualche vocabolario esotico, indecifrabile per i suoi contemporanei : e rifornendo il proprio tesoro magari dai loro rifiuti, piuttosto che dalle loro botteghe.
Come potra, dunque, una nel mio-nostro stato, non dico capire, ma perdonare quella lingua beata e angelica? Forse, le mié resistenze al Beato pittore sono colpa, soprattutto, della mia invidia. In realta, piu che nel significato di 'santo', qui, a me, "beato' suona piuttosto in quello di "fortunato', o 'beato lui'.
Per esempio. A noi pure certo gioverebbe di conoscere, in aggiunta al nostro padre naturale, un qualche padre di sapienza, vivo o defunto, a cui chiedere consiglio. Ma purtroppo, le voci dei defimti qua non riusciamo a udirle piu, attraverso questo fracasso ato-mico che ci assorda. E quelle dei vivi, sono esse stesse troppo chiassose, per meritare la nostra fiducia. I sa-pienti, di regola, non fanno tanto rumore.
Cosí noi, qua, oggi, siamo tutti orfani. Mentre che