Bővebb ismertető
Giotto
e I'invito all'unita
Credo, non é presunzione, di avere avuto per Giotto - oserei dire: con Giotto - un incontro privilegiato. Due o tre mesi dopo I'entrata in guerra, nel '40, ero di passaggio a Padova, e arrivato di corsa nella cappella degli Scrovegni la trovai tutta assediata da im-palcature. Avevano messo mano da poco ai lavori di ingabbiamento e di protezione degli aflreschi; ed io, disparate di non vederii, scavalcando travi e sacchi di sabbia, aiutandomi a una carrucola che portava su materiali, ero salito sui ponti, svelte come un carpentiere, e di colpo ecco che stavo a due passi da quella gallería perpetua di figure, faccia a faccia, peteve allun-gare le mani, toccarle. Nessuno verme a interremper-mi; la visita duró I'intera mattinata, sino al mal d'oc-chi. Gli eperai andavano e venivano; forse avrarmo credute che fossi un ispettore, tanto mi vedevane at-tento ed intento; ma anche se ero un "nen addetto ai lavori", e un intruso, gli eperai, soprattutto in quelle stanche giomate di guerra, avevane altre da fare e da pensare. Mi batteva letteralmente il cuore, per l'emeziene di guardare Giotte cosi insperatamente, quando aveve temute di non riuscire a vedere niente; ma un po' era anche la paura continua d'essere sbat-tuto giíi da un momento aU'altre; e piü tardi, tanto piü vennere avanti le sciagure e le rovine, io ricerdavo piü velte, cen maggiore struggimento, quella febbrile, quasi febbricitante, visita di guerra a Giotte.
É un errore, lo so, ceminciare a parlare di Gietto dalla vetta degli Scrovegni. La buona regola di una lettura é di prendere le mosse, anzi, dai primi lavori, dagli eserdi; e per Giotto, a dovere partiré dalle radici e nen dalla cima, e se volessimo dare crédito anche noi alla leggenda, sarebbe d'obbligo risalire alla Seena, e piuttoste alla oleografía, del suo incontro con Cimabue, da ragazzo, lunge i pasceli del Mugello. Ma, anche senza fare terto a Dante, che fissó in un verse e mezzo il doppie destino di Cimabue e di Giotte, é bene tenere cento che la critica piü documéntala oggi
ha aliéntalo non poco i vincoli d'arte tra i due, pur lasciando soprawivere quelli di boltega, che si svel-sere interne al 1272, a tal punte che il Berensen, come legge nei suei ullimi diari, sentenzió: "Giotlo nen deve nulla a Cimabye, ferse qualcosa a Cavallini".
Nen dico che il Berensen faccia ancora, e sempre, testo per lutti; ma, appimto leggendo U suo testamente, Tramonto e crepuscolo, é sorprendente, ed é com-movente, vedere queste venerando maestre, che dopo avere passato tutta la vita a rivivere l'arle italiana dei secoli piü pertentesi, giunlo all'elá di nevantatré anni, poce prima di moriré, si lascia andaré - preprio su Giotlo - a quesla cescienle confessione di esempla-re umiltá: "Gietto - quale problema! Gietto era un genio, semmai uno ve n'é stato Come figura centrale della steria dell'arte, Giotte rimane un problema. Mi sentó sconcertate ed umiliato e pronto a dire a me stesso: Goditi Giotlo, e lascia i preblemi agli allri". É l'invite piü giusto da accegliere, quelle di tentare di 'godere' Giotte, magari da profani e cerle non da specialisti: ma per gederle, non basta ammirarlo ed esaltarlo; occerre capirlo, e per arrivare a capirlo bi-sogna subile ammeltere che in Giotlo, come awiene del reste per il vere genio, permane qualcosa di inson-dabile. La dove il sublime e il banale forse si incon-trane, l'arte non si lascia mai decifrare del tutto, d'ac-cordo; ma l'arte di Giotte - "il piü grande pittore medioevale e il maggiore artista romanice", come lo salulava sempre Berenson in una pagina di diario del 1947 -,e di quelle, aperle e chiuse nelle stesso lempo, che nella loro alla leggibilitá persine didatlica di fatto non darme Iroppa confidenza al lellore. Un'opera moderna, anche la piü ardua e incomunicabile, é addirit-tura pettegola, tanto si melle in mostra o si tradisce da tulle le parti: un'opera antica resta un pe' sempre inviolabile, mantiene addosso un pudore oramai ignoto. La pitlura di Giotte, dice giustamenle Berensen, é di quelle, "e cosí lo seno le grandi arti figurative", che meritano in assolulo il litóle e soprattutle la mi-