Bővebb ismertető
Un fotografo del surreale
Biografia e opera si confondono, nella vita di Henri Rousseau. Galleggiano entrambe in un clima di ferma irrealta e di fantasia divenuta solida forma. La stessa natura dei grandi 'dubbi', delle fondamentali "incertezze' délia sua esistenza reale, e intarsiata di larghe venature di leggenda, di miti ritornanti. Per intenderlo, il Doganiere, e meglio ridursi alla sua semplicita; e chi pensa per idee semplici puô vivere neU'immaginazione e scambiarla per ricordo. In real-ta egli "ricorda' i suoi stessi sogni. Bisogna cercare in questa condizione dello spirito di Henri la chiave delle sue grandi "bugie", particolarmente quella messi-cana. La critica delle date mostra agevolmente come il Doganiere non potette partecipare alla spedizione francese del 1860-62 al Messico.
Del resto, i paesaggi tropicali dei suoi quadri non esistono al Messico, paese di alta montagna, pullulante di giganteschi vulcani, aride e d'un carattere grandioso. Se Rousseau lo avesse visto non le avrebbe dawero tradotto negli intrichi di fogliame delle "foreste', cosí come si trovano nel Sogno e negli altri grandi "pezzi' esotici. Né il posteriore ricordo pitto-rico sarebbe rimasto inerte aile sollecitazioni degli spet-tacoli visti: le piramidi azteche di Tehotihuacan, i grandiosi orizzonti di nuvole barocche, sulle architet-ture del barocco coloniale spagnolo di cui e cosparso il paese.
Il viaggio oltremare, la guerra e la vita di quella remota parte del mondo formarono solamente un ca-pitolo délia propria biografia fantastica, ch'egli sosti-tuiva ai meschini materiali borghesi dell'esistenza quo-tidiana. Uhde dice, non senza qualche grado di miopia: "Le bugie che inventava erano ridicole e tristi insieme".
Rousseau perveniva alla pittura dal fondo delle sue notti di guardia alla barriera daziaria, dalla noia e dall'imitazione fertilizzata dal miracoloso dono di una técnica minuziosa e naturalmente raffinata.
E il caso di altri istintivi celebri; e il caso, per
stare in Italia, di Vincenzo Gemito che ripeteva, senza saperlo, dopo duemila anni, la finezza classica dello scultore del Fauno danzante o del Narciso di Erco-lano. Era in Rousseau qualcosa di una prodigiosa merlettaia di Bruges o di Burano, per il gusto decorativo degli sfondi di cielo "traforato' dai ricami di fogliame o di nuda ramaglia. I suoi quadri (tutti i mag-giori e piu significanti) appaiono anche come immense pagine di un fantástico erbario. Per lavorare le foglie s'era costruito un método. Andava a cercarne in giro, per boschi e giardini, quante piu potesse, di forme e varieta diverse. Ne portava rami interi nello studio, Ii denudava, ponendosene le fronde dinanzi. Poi le so-vrapponeva, con pazienza infinita, una per una, sulla tela, copiándole minutamente.
In questa trasposizione gioca — come s'e detto — la memoria di altre foglie 'viste' e "ricordate'. Guar-dava attentamente ogni serta di illustrazioni ; dovette soffermarsi anche su quelle di un libre famesissime in quegli anni, II mondo prima della creazione dell'uo-mo, dell'astronemo e volgarizzatore Camille Flammarion. La "foresta' di Rousseau contiene, infatti, le forme assurde delle araucarie e liane giganti apparse nelle epeche geologiche. La sua natura vegetale non e quella del Messico, ma d'un'eta ancora priva di pre-senze umane. D'altronde, se avesse ricevuto diretta-mente e dal vero un'impressione cosí potente come quella della foresta equatoriale, non l'avrebbe lasciata dormiré nella sua coscienza per tanti anni. Henri era di natura vigile alie sue preprie reazioni (si "copiava' dall'interno, eserei dire); non si pu6 concedergli una dimenticanza simile. Che pensasse costantemente alia pittura e ai quadri, a cié che segnava di dipingere o a quel che aveva dipinte, lo dice l'abitudine sua di teuere accante al letto colorí e matite, per annetare, appuntare i ricordi "visivi' da sveglio o in sogno. Ad Apollinaire diceva: '"Tu comprends, quand je me réveille, je peux faire risette a mes tableaux".