Bővebb ismertető
Simon Martini gotico intellettuaie
Si condoni a un modesto frequentatore di Dante e del Petrarca di aver acconsentito a presentare come non addetto ai lavori quel grande loro contemporáneo che fu Simon Martini. Ogni lettore di Petrarca sa che Simone fu " in paradiso" per ritrarre Laura: cosa che, se non é una metafora troppo generica, coglie-rebbe in quel ritratto perduto un allontanamento sublimante dalla realtä. E sempre nei rapporti con Petrarca si vede Simone, e proprio il Simone avignonese, il Simone ultimo di Liverpool, a cui viene riferita la fondazione del gotico internazionale, tessergli la rap-presentazione simbólica della poesia nella miniatura del Virgilio ora Ambrosiano: quelle stesso in cui, scom-parso il pittore (di poco premorto a Laura), Francesco inserirá poi il ricordo della morte dell'amata.
Sta pero di fatto che la sua prima opera (prima datata, s'intende) off re una congiunzione letteraria al-quanto diversa: nella solenne Maestä del Palazzo Co-munale di Siena, del 1315 (o, secondo come si interpreta, nel 1316, sempre ab Incarnatione), un dantista dei pill vigilati. Guido Mazzoni, rilevö (ora nel volume Almae luces malae cruces) I'iscrizione di gusto tutto dantesco; ed é anzi la prima volta che, non solo non ancora finita la Commedia, ma diffusane soltanto una parte, essa esercitó un influsso decisivo proprio nell'am-bito di una rappresentazione civile. Nel manoscritto di Milano Simone o chi per lui sostituisce il proprio nome a quello di Virgilio ed é costretto a fare dello schema classico un'imitazione ritmata (uso ben noto nella poesia senese dal sommo esempio di Duccio), scrivendo:
Mantua Virgilium qui talia carmina finxit.
Sena tuHt Simonem dígito qui talia pinxit.
Qui nella Maestä il Martini o chi per lui - qualcuno che nell'applicazione didascalica somiglia parecchio a Francesco da Barberino - candiva in terzine dantesche la mirabile offerta dei fiori:
Li angelichi fiorecti, rose e gigli, Onde s'adorna lo celeste prato
Superfino riprodurre l'altra serie di terzine, ugualmen-te benigne e minacciose, ma di cui converrá sottolinea-re col Mazzoni che l'apostrofe iniziale, "Diletti miei", riporta addirittura alio stilema d'una celebre canzone della Vita nuova. E non basta: dovendo firmare la nobile opera, darle la stessa approvazione che poi alia miniatura, egli usa finalmente un'altra terzina, il cui testo si prende qui, datane la rovina, secondo l'interpreta-zione congetturale del Mazzoni;
Mille trecento quindici era volto Et Delia avia ogni bel fiore spinto Et luno giá gridava: T mi rivolto.
Siena a man di Symone m'ha dipinto.
Tanto per l'umanistica lode di sé quanto per gli stilno-vistici fioretti, sia pure subito trasportati al morale, Simone adopera dunque, ben precocemente, uno schema che é di politica, laica celebrazione dei valori supremi, sintesi di civile appunto e sacro. La celebrazione stessa squilla infatti, gigantesca ma contratta, dai muri co-munali; rispetto al precedente vicino di Duccio si ha un'energica condensazione mentre tutta l'emblematica secondaria si rifugia in un agile contorno di simboli minori. La celebratissima trovata del gonfalone, che garrisce al vento coi nastri delle sue estremitá, unisce la scena delle schiere raccolte di tipología duccesca, in cui il profilo, i trequarti e la rappresentazione facciale si alternano liberamente, lasciando pero sgombro il contorno centrale per gli spazi sacri. Si veda la prima figura a destra come arrotonda contro questo limite il suo volto: cosí la bocca d'una penitente si schiaccia davanti alia grata della confessione. Questa sintesi sacro-civile assunta dalla cittá-stato ha veramente il precoce colore della prima diffusione di Dante, col suo senso gerarchico dei vari elementi del mondo, ed é tanto piü antico dell'uso che fará Petrarca della terzina oltre un terzo di secolo dopo in quei Trionfi che tra l'altro sembrano postulare la mediazione boccaccesca. Conviene non dimenticare questo scarto di generazione