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PIETRO ARETINO
Sanguigno, esuberante, era voglioso di cene e di « giaciture ». Ma una sua spiritualitá elementare gli consentiva di vedere nella donna qualchecosa di piü — non molto — che la femmina, buona alla copula e al figliare (ond'egli vagheggiava, dalle finestre della sua casa veneziana, «le belle spose relucenti di seta, d'oro e di gioie, superbamente poste nei trasti»); e dei cibi fervidi e variati gli faceva assaporare maggiormente quelli che adduce-vano alla sua epidermide e alle papille olfattive un sentore di campagna grassa e feconda. Spiritualitá che attinge il suo limite piü alto nella contemplazione di un mirabile accordo di ombre e di lumi nell'aura traslucida che awolge le pietre e le acque sul Canal grande; nello stupore ammirativo dinanzi alie tele tizianesche, opulente di colore; nella commossa simpatía e reve-renza per la vitalitá veemente e la ferrea tempra di Giovanni de' Medici, principe dei soldati di ventura
Povera e angusta é la sua intellettualitá. Discorse molto, é vero, nelle lettere e altrove, di politica, di letteratura e delle arti figurative. Ma della politica non vide che i piü appariscenti aspetti esteriori. Nessuno penserá,. per questo rispetto, a confrontarlo con un Machiavelli o un Guicciardini; ma non si scorge in lui neppure quello spregiudicato e a volte acuto realismo nell'indagare le riposte intenzioni dei principi che si avverte, per esempio, nel Giovio: uomo e scrittore che é stato qualche volta accostato all'Aretino. Insofferente d'ogni labor liniae, volando dire la sua suli'arte dello scrivere, non va oltre la insistente e aggressiva contrapposizione della ghiribizzosa originalitá alla pedissequa imitazione (anche se alcuno ha volute vedere in lui