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Luígi Pirandello IL FU MATTIA PASCAL
Luigi Pirandello á lascia una testimonianza diretta della sua "involontaria" venuta al mondo, datata 28 giugno 1867, quando racconta: «Una notte di ^ugno caddi come una luccíola sotto un gran pino solitario in una campagna di olivi saraceni affacáata agli orli d 'un aüipiano di argille azzurre sul mare africano». La áttá é Girgenti, l'odiema Agrigento, e la famiglia é quella tipica, benestante, di ceto piccolo borghese, della Sicilia di meta Ottocento. Sono gli anni in cui Vitalia, appena unificata, frontera il noto problema, del passage dal govemo della Destra a quello della sinistra di Depretis e del suo "trasformismo".
Intrapresi a Palermo gli studi di Legge e di Lettere, Pirandello li proseguirá, poi, a Roma, dove si trasferisce nel 1887. Della Roma dórala e svenevole cheD'Annunzio dipingerá neüepagne de "II Piacere", Pirandello non pare curarsi affatto; quando, piú tardi, alia allá dedicherá le pague de "II fu Mattia Pascal", Vacquasanliera" dannunziana del lempo dei papi diventerá, anzi, una visione ben piú realistica e disillusa, un "portacenere".
La sua prima raccolla di poesie vede la luce a Palermo nel 1889 e fa si che Giuseppe Gargano saluti in lui un nuovo poeta. Prosegue inlanlo gli sludi a Bonn, dove serive le linche raccolte in "Elegie Renane" e "Pasqua di Gea". Nel marzo del 1891, si laurea con una lesi di ricerca sugli sviluppi fonelid dei dialelti greco - siculi.
L'esordio come romanziere awiene con "L'esclusa", scritto nel 1893, mapubblicalo solo nel 1901, che, purpalesando indubbi legami con Varíe verisla, ne contiene giá il superam^nto, allraverso il conlrasto fra apparenza e reallá, il senso di assurdilá della condizione umana, lo sfaccetlarsi della veritá, owero quei lemi di fondo che da questo momento in poi resleranno alia base della sua produzione. Dal verismo, egli prende, in parlicolare, le distanze quando, inesorabilmenle, smantella la univodlá d'inlerprelazione della reallá distru^endo il "fatto obietli-vo" e inlroducendo il "caso" come grande protagonista della vicenda umana. Tale é la molena del saggo "Arte e coscienza d'oggi", che appare su La Nazione Letteraria di Firenze alia fine del 1893.
II 27 gennaio del 1894 Pirandello a Girgenti sposa Antonietta Portulano, donna che egli amerá sinceramente, ma dalla quale sempre piú si sentirá aUonlanato, nonostante la nasdla di tre figli, a causa di una invalicabile divergenza di gusli e di idee, fino alia inesorabile inco-
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I-Premessa ' ,1 ; •'
' nostro Comune: si tratta di Miragno, luogo inventato daU'autore e immaginato in Lxguria, cosi da essere funzionale, la sua vicinanza, al Casino di Montecarlo. In realtd, stando aipochi tratti che I'autore da del paese, Miragno pare non essere altro se non una Girgenti trasferita alNord delVItalia.
Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era 'If,
questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver , ^
perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio j , j <' t
o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli ' V ^ ; ¦
rispondevo: . I !
«lo mi chiamo Mattía Pascal». 1
«Grazie, caro. Questo lo so». , ;,; '
«E ü par poco?». , ' '
Non pareva molto, per dir la veritá, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter piú rispondere, cioé, come prima, all'occorrenza: «lo mi chiamo Mattía Pascal».
Qualcuno vorrá bene compiangermi (costa cosi poco), immagi-nando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale awenga di sco-prire tutt'a un tratto che sí, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrá pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e della tristezza dei tempi, che tanto male possono esser cagione a un povero innocente.
Ebbene, si accomodi. Ma é mió dovere awertirlo che non si tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in un albero genealógico, l'origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mió padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli. E allora?
Ecco: il mió caso é assai piú strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo.
Fui, per circa due anni, non so se piú cacciatore di topi che guar-diano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza, nel 1803, volle lasciar morendo al nostro ComuneE ben chiaro che questo Monsignore dovette conoscer poco l'indole e le abitudini de' suoi concittadini; o forse spero che il suo lascito dovesse col tempo e con la comoditá accendere nel loro animo l'amore per lo studio. Finora, ne posso rendere testimonianza, non si é acceso: e questo dico in lode de' miei concittadini. Del dono anzi il Comune si dimo- ' ,